Deutsche Grammophon logo

Tori Amos pubblicherà il suo prossimo album – “Night of hunters” – il prossimo 20 settembre, per l’etichetta Deutsche Grammophon. Sono contento che stia per uscire un nuovo lavoro di un’artista che ammiro molto, però questa notizia mi ha in un certo senso turbato. Perché? Il motivo è che la Deutsche Grammophon è una storica e gloriosa etichetta di musica classica, ed è evidente che Tori Amos non rientra certo in questo genere musicale. Dunque, l’idea di far rientrare un’artista pop come Tori Amos nel catalogo classico della Deutsche Grammophon ha evidentemente motivazioni prettamente commerciali, come già avvenne per l’acquisizione di Elvis Costello e Sting.

Vogliamo provare a fare una riflessione su cosa significhi tutto questo? Proviamo. Sia Tori Amos, che Elvis Costello, che Sting, prima di pubblicare per la Deutsche Grammophon incidevano per etichette appartenenti al gruppo Universal Music. Anche la Deutsche Grammophon, però, appartiene allo stesso gruppo, e dunque il passaggio di etichetta è in realtà un passaggio “interno” alla stessa casa discografica. Perché, dunque, fare questi spostamenti interni? Per il “marketing”, è ovvio! Accostando questi nomi molto popolari al marchio Deutsche Grammophon, c’è una chiara intenzione di voler far incuriosire i numerosi fan di questi artisti, che magari andranno ad informarsi meglio su cosa sia questa etichetta discografica specializzata in musica classica, e magari potrebbero comprare persino qualche disco. Questo – ovviamente – nei sogni dei discografici che, dopo aver miseramente fallito nel dare alla gente ciò che la gente vuole, si illudono ancora di poter condizionare i gusti del pubblico con questi giochetti da manager da quattro soldi.

Il fatto è che la gente vuole semplicemente buona musica. Punto. Ora, con internet, la vuole anche gratis. E allora come si fa a convincere la gente a pagare per avere qualcosa che può avere gratis su internet? Offrendo un valore aggiunto, qualcosa che è intangibile, eppure concretissimo: la qualità. Soltanto la qualità della musica può salvare un’industria discografica che è ormai sulla via dell’estinzione. Il fatto di riconoscere un valore alto alla musica che si sta ascoltando è la motivazione che può spingere a spendere dei soldi per essa, a voler tornare ad avere un oggetto fisico (cd o addirittura vinile) per “avere” quella musica. Se la musica, però, viene ridotta semplicemente a merce da consumare, con un ricambio continuo di artisti e di canzoni fatte per non durare, allora è ovvio che i primi a negare valore al loro “prodotto” sono gli stessi discografici. La generazione dei nativi digitali, che non ha mai avuto a che fare con un disco in vinile e che raramente fa uso di cd, considera generalmente la musica come un passatempo, ma raramente la musica viene vista come qualcosa di più importante, come invece accadeva per i loro coetanei degli anni ’60, ’70 e anche ’80, quando mettere sul piatto un disco di Jimi Hendrix o dei Led Zeppelin non era un mero passatempo, o giusto un sottofondo musicale, ma un segno di vicinanza ad una ben precisa filosofia di vita.

Se dunque i discografici scomodano popstar come Tori Amos, Elvis Costello e Sting per promuovere la musica classica, ciò significa che non hanno alcuna intenzione di investire in ciò che, insieme alla qualità, porta risultati sul lungo periodo: l’educazione musicale. Le case discografiche supportano i talent show, con le loro pseudo-scuole per artisti, diffondendo un’idea malata di cosa si intenda per “talento”. Non si confrontano, invece, con chi l’educazione musicale la fa sul serio, e cioè con i conservatori, le accademie musicali e tutte quelle scuole di musica sparse sul territorio che costruiscono il talento dei ragazzi in anni e anni di studio, e non in una stagione televisiva. Immaginare di avvicinare nuovi ascoltatori alla musica classica attraverso alcune star del pop è dunque un approccio talmente stupido da far auspicare il fallimento delle major discografiche come un avvenimento da concretizzarsi al più presto. Perlomeno, quando i manager della musica si saranno auto-distrutti, i musicisti avranno il controllo totale sulla musica e sulla sua distribuzione, e il pubblico potrà scegliere secondo i propri gusti e non secondo (il)-logiche di marketing imposte dall’alto. A quel punto, i musicisti pop faranno i musicisti pop, i musicisti classici faranno i musicisti classici, e chi vorrà mescolare generi musicali diversi lo farà e basta, senza che oscuri figuri incravattati appiccichino etichette improprie ai musicisti a seconda di come ritengano che il mercato possa reagire.

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