Non ho mai prestato grande attenzione alla produzione di Gianni Togni, né quando aveva grande successo durante gli anni ’80, né a maggior ragione ora che non gode più di molta considerazione da parte dei media. Dichiaro candidamente di non conoscere la sua produzione – se non giusto per alcuni dei suoi più grandi successi – e per quel pochissimo che ho potuto ascoltare delle sue nuove canzoni, attraverso i frammenti disponibili sul suo sito, posso dire che mi sembra che ci sia stata una certa evoluzione. Ammetto, comunque, di sapere ben poco di lui e della sua musica.
Dunque, perché ne parlo qui adesso? Il fatto è che attraverso imponderabili collegamenti da un sito all’altro sono finito sul suo blog, dove ho trovato una serie di post sui mali della discografia nei confronti della musica, degli ascoltatori e, sostanzialmente, di sé stessa. Il punto di vista di Gianni Togni e del suo staff è molto interessante e merita una segnalazione, perché racconta dall'”interno” tutto il marcio che c’é dietro ad una logica puramente commerciale di prodotti che, in realtà, sono (o dovrebbero essere) artistici. Basti pensare al decadimento della qualità, al rifiuto delle potenzalità di internet, al rapporto perverso con le radio per rendersi conto di come chi detiene il mercato della musica a livello globale (perché di major si sta parlando, sostanzialmente) non abbia fatto altro che impoverire oltre ogni limite l’arte musicale, pagandone alla fin fine le dolorose conseguenze.
L’autoproduzione è dunque l’unica strada percorribile per chi, come Gianni Togni, non vuole scendere a compromessi o è stato categorizzato a priori, per chissà quale oscuro motivo di marketing, come “non vendibile”. Coraggio!

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