Sono passate le tre di notte, in cuffia ho la musica e le parole di “Aguaplano” di Paolo Conte, con tutta la suggestione esotica che quella canzone evoca, e mi trovo a pensare come sia strano che a volte gli incontri che sembrano essere passeggeri ritornino inaspettatamente nello scorrere della vita.
Voglio dire: la città in cui ora vivo, Varsavia, è una città con un milione e settecentomila abitanti, ed io ho appena incontrato casualmente un ragazzo italiano che avevo già conosciuto quando ero venuto qui a marzo come semplice turista, quando non avevo la più pallida idea che nel giro di pochi mesi sarei tornato per motivi di lavoro. Ora, dicevo, sono appena rincasato da una serata danzereccia passata all’Underground, dove per capriccio della fatalità ho incontrato nuovamente Leonardo, e questo fatto che le vicende personali di ognuno di noi si possano incrociare in modo apparentemente inspiegabile è assolutamente affascinante e mi lascia una sensazione di fiducia verso il futuro: è come sapere che c’è un filo invisibile che lega le storie di tutti noi, e che forse c’è anche un senso, per quanto misterioso e nascosto.
Intanto Paolo Conte nella sua canzone parla di un aeroplano che sorvola a bassa quota un mare su cui luccica un pianoforte da concerto:

“Ne sono certo:
è proprio un pianoforte da concerto
dal suono avuto dal mistero
un pianoforte a coda lunga, nero.

Certo c’è stata
laggiù una storia molto complicata…
ci va una bella forza per lanciare
un piano a coda lunga in alto mare…”

Cosa ci fa un pianoforte da concerto in alto mare? Certamente è una storia molto complicata, misteriosa e affascinate come l’arte dell’incontro…

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