Intervista a Michał Wendeker: “Nella semplicità del trio, il rock è un’esperienza perfettamente piena”.

Michał Wendeker è un cantante e chitarrista polacco che vale la pena tener d’occhio. Il suo trio (con Maciej Tokarski al basso e Michał Stawarz alla batteria) è un concentrato di energia che proprio nella formula essenziale di una formazione così ridotta trova il suo punto di forza. Lo scorso 25 gennaio ha suonato al club Chwila di Varsavia, presentando le canzoni del suo nuovo EP “Underdog”, e alla fine di un entusiasmante concerto ho potuto fare quattro chiacchiere con lui, documentate nel video che ho realizzato per l’occasione.

Come ricordi il tuo primo approccio alla musica?
«È stato molto tempo fa: avevo otto anni e mi ero unito ad un coro, quindi il canto è stato il mio primo passo nella musica, ma poi ho cominciato a suonare il pianoforte, sempre abbastanza presto, quindi intorno agli otto-nove anni, mi sembra. Poi però ho avuto un incidente e mi sono rotto l’avambraccio. In effetti il mio avambraccio è un po’ slogato, non è così male, ma non potevo più suonare il pianoforte classico, quindi ho dovuto scegliere un altro strumento. Ho preso delle lezioni private, non mi sono iscritto ad una scuola ufficiale, dunque non ho un’educazione musicale ufficiale. Quindi ho cominciato a suonare la chitarra, e ho suonato per circa quindici anni fino ad ora – o anche più – e questo è stato l’inizio del mio viaggio nella musica. Andando avanti al periodo in cui ho cominciato a scrivere – molto più tardi – ho iniziato a scrivere le mie canzoni quando ero all’università. C’è stato quindi un ampio arco di tempo, ma penso che abbia richiesto un duro lavoro sulle mie capacità musicali, poi ho avuto l’ispirazione per scrivere le mie musiche, ed eccomi qui, circa due anni dopo aver cominciato a scrivere».

Questi primi due EP sono stati sostanzialmente autoprodotti, giusto?
«Sì, il primo è stato completamente autoprodotto: siamo solo andati in studio e io ho gestito i ragazzi. Siamo andati in studio e abbiamo registrato: io ho controllato l’intero processo. Il secondo EP è stato registrato dal vivo in studio, come il primo, nonostante si trattasse di uno studio radiofonico (Radio Trójka, ndr), quindi ciò ha aggiunto una sorta di istituzione esterna coinvolta, ma comunque l’intera esperienza è stata controllata e prodotta da me, anche nelle fasi successive del missaggio e del mastering. Questa volta, però, c’è stato un processo un po’ diverso, perché anche se ho cercato di mettere interamente le mie idee nel CD, c’è stata una post-produzione».

Il tuo ultimo EP si intitola “Underdog” (sfavorito, ndr), e questo è anche il titolo di una delle canzoni incluse in questo album. Perché questa canzone rappresenta in qualche modo l’intero album?
«Mi piace veramente il termine “underdog”, in inglese: non ha un equivalente in polacco. È realmente un termine potente per dire che puoi essere qualcuno su cui non si scommetterebbe, ad esempio in una gara o in un combattimento, ma un “underdog” è qualcuno o qualcosa che ha un potere aggiunto che non si riesce realmente a vedere all’inizio, ma ha questa capacità di essere il migliore, di vincere. Il termine mi piace veramente, e penso che la canzone sia ugualmente potente, nel senso della composizione: comincia piuttosto delicatamente, poi si sviluppa, e il ritornello parla di questo “underdog”, della battaglia a partire dal basso, del fatto di non essere rispettato o conosciuto all’inizio, ma di riuscire a fare tutto quello che deve essere fatto».

La copertina dell’album, oltretutto, è molto bella: questa immagine del cane è veramente fantastica!
«Sì, in effetti è un altro “underdog”, mi verrebbe da dire: dipinge l’idea in modo abbastanza perfetto, perché il cane della copertina dell’album proviene da un rifugio per animali di Lublin. È stata una sessione fantastica: il mio amico Krzysztof Werema ha fatto la foto, siamo andati sul posto e abbiamo impiegato circa due ore per averne una buona. Era incredibilmente caldo – mi sembra che fosse giugno – ad ogni modo era veramente caldo, e il cane era un pitbull, un misto di pitbull e amstaff… un amstaff, in effetti, con alcuni altri… generi… forse, non specie… non so: è un misto, non è un amstaff puro. Ha una lingua molto lunga, era estremamente caldo, e stava tutto il tempo così (tira fuori la lingua, ndr). Volevamo davvero che stesse con la bocca chiusa, ma ci sono volute due ore per avere la giusta foto, ed è stato solo perché stava facendo qualcosa come questo. Così modo abbiamo scattato la foto, ed è stata l’ultima che abbiamo fatto dopo due ore di tentativi, e questi cani sono molto molto forti, quindi io avevo il compito di trattenerlo. Era molto amichevole: ha un aspetto abbastanza pericoloso, ed è un cane grosso. Questa razza ha una fama negativa presso alcune persone, ma è un “cagnolino” molto amichevole. C’è voluto un po’ per portarlo a posizionarsi come volevamo, ma ci siamo riusciti. Per chiudere tutto questo discorso sulla copertina, penso che rappresenti bene ciò che significhi essere un “underdog”, perché lui è lì da solo con altri cani senza una casa, e nessuno conta su di lui, ma come puoi vedere dentro i suoi occhi, ha una potenza incredibile in sé, e sono davvero soddisfatto di quello che abbiamo ottenuto con la copertina».

Hai scelto la formula del trio: perché non un gruppo più grande? Cosa ti piace del trio?
«Mi piace mantenere le cose semplici, e penso che nel genere del blues e del rock l’intera esperienza sia perfettamente piena. Se possiamo suonare solo con bassista e batterista penso che la musica sia anche più ricca a causa di quella semplicità: non veniamo distratti da strumenti aggiuntivi, anche se amo suonare in piccole situazioni. Spinge veramente ad essere creativi e ad usare le risorse che si hanno – le risorse limitate di sole tre persone sul palco – per fornire un’esperienza completa, ma penso che sia sempre per il meglio e che metta veramente ogni parte della composizione in evidenza: se qualcuno di noi commette un errore, è ben visibile. Questa è la parte difficile. Ma a parte ciò mi piace veramente mantenere semplici le cose, anche se ora sto registrando il mio prossimo CD che si differenzierà da questa impostazione dal vivo a favore di composizioni più ricche con alcune parti elettroniche e tutte le cose che avevo nella mia testa che non potevano essere incluse in un’esibizione dal vivo, ma comunque mi piace mantenere tutto semplice e poter tradurre queste composizioni in esibizioni dal vivo, con sole tre persone. Per ora penso veramente che sia meglio suonare in un piccolo gruppo, e quando sarò pronto a portarlo avanti per fare delle aggiunte al gruppo musicale sul palco, lo sentirò. Immagino che funzioni così. Per ora, penso che sia perfetto e spero che anche voi lo troviate ok».

Certo, è stato molto potente.

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