Intervista a Randy Brecker

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Pubblico oggi un’intervista al trombettista americano Randy Brecker, che ho incontrato il 23 luglio 2007 a Matera alla fine di un concerto che ha tenuto insieme alla sassofonista (nonché moglie) Ada Rovatti e alla Lucanian Big Band diretta da Dino Plasmati.

Nel corso della sua carriera Randy Brecker ha vinto cinque Grammy Award, mescolando spesso il jazz con inflenze musicali di diverso tipo. Ha suonato con alcuni dei più grandi musicisti del Novecento (tra cui Frank Zappa, Charles Mingus e Jaco Pastorius) e con i nomi più noti del rock (Bruce Springteen e Dire Straits, tra i tanti). Insieme al fratello sassofonista Michael (scomparso il 13 gennaio 2007) fondò i Brecker Brothers, una delle più inflenti formazioni fusion degli anni ’70.

Di seguito trovate il podcast (in inglese) e la traduzione italiana dell’intervista.

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Come hai cominciato ad amare la musica?

«Mio padre suonava il piano, e abbiamo avuto musica in famiglia. È una famiglia molto musicale».

Come ricordi la tua prima esperienza come musicista professionista?

«Non penso di ricordare il mio primo concerto, ma avevo circa quindici anni, quindi si tratta di molto tempo fa, intorno al 1955-1960. Credo di aver cominciato a suonare a Philadelphia, probabilmente con Lou Tabeking: lui era alcuni anni più grande di me, ma abbiamo suonato insieme quando eravamo molto giovani a Philadelphia».

Nel corso degli anni hai suonato con i più grandi musicisti del mondo.  Sarei curioso di sapere il metodo di lavoro di alcuni di loro. Cominciamo, ad esempio, da Horace Silver. Com’era lavorare con lui?

«Era fonte di grande ispirazione. Lui era un meraviglioso band leader: scrisse tutti i suoi brani, e ha tradotto la sua esperienza quotidiana, viaggi, relazioni, eccetera, nella musica. È esattamente ciò che cercavo di fare quando scrivevo musica: è parte della mia vita, e tutta la scrittura era molto vicina a ciò che accadeva nella mia vita quando ero più giovane. Quindi diciamo che l’ho preso a modello. Ancora, fino ad oggi».

Continuiamo… Charles Mingus?

«Non ho conosciuto bene Charles Mingus, ho solo suonato nel suo ultimo disco, ma ho molto rispetto per le sofferenze e tribolazioni della sua vita; lui è stato probabilmente uno dei due più grandi compositori jazz, e mi ha affascinato per quanta musica sia stato capace di scrivere nel corso di una vita relativamente breve, tutti stili diversi: sia Horace Silver che Charles Mingus sono stati i primi musicisti fusion – veramente – perché hanno fuso insieme molti elementi musicali diversi. E non hanno visto confini».

Un altro musicista “fusion” è stato Frank Zappa…

«È vero; non ho conosciuto molto bene nemmeno lui, ma anche lui era fonte di grande ispirazione. Ha fuso soprattutto il rock con la classica, quindi era un po’ diverso dagli altri musicisti, nonostante anche Charles Mingus abbia avuto molta musica classica nelle sue composizioni, ma anche Frank Zappa era molto brillante e creativo».

L’ultimo è tuo fratello Michael. I Brecker Bros hanno avuto una grande influenza sulla nascita della fusion. Suppongo che lavorare con lui fosse più facile…

«Era facile, sì, ci intendevamo bene, non avevamo molte discussioni, non dovevamo parlare molto delle cose che stavamo per fare, crescendo insieme abbiamo avuto molte influenze in comune. Quindi, quando suoni con gli altri musicisti devi discutere di cosa suonare, e di come lavorare con i picchi, i vibrato, certe inflessioni… Noi sapevamo quasi sempre cosa stavamo facendo l’un l’altro, era una relazione musicale molto affiatata».

Ora stai suonando insieme a tua moglie. Come vi siete incontrati?

«Ci siamo incontrati in una situazione simile a questa, dieci anni fa, nella città di Mortano; non è così?».

(Sua moglie, Ada Rovatti): «Sì, ci siamo incontrati in Svizzera, ma…».

(Randy Brecker): «Beh, ufficialmente…».

(Ada Rovatti): «Sì, ci siamo incontrati in una situazione simile a questa, in una big band in cui lavoravo dove vivevo. Ero appena tornata dalla Berklee, ero in partenza per Parigi: lui era venuto come ospite, e ci siamo incontrati così».

Qual è il tuo metodo per scrivere brani?

«Non ho un vero e proprio metodo, non scrivo più veramente tanto, ma non c’era veramente un metodo. Mi sedevo solo al piano, e ci lavoravo tutto il giorno. Era una specie di lavoro artigianale, come costruire un puzzle gigante, e mi sedevo lì facendo saltar fuori delle cose: prendendo appunti, registrando ed elaborando il tutto. Non ho mai studiato composizione, o arrangiamento, quindi non avevo nient’altro da fare se non davvero passare il tempo a praticare: questo era veramente il solo segreto, e solo sviluppare idee, rielaborarle costantemente ed eventualmente uscire fuori con qualche cosa. Mi sarebbe piaciuto studiare, perché probabilmente sarebbe più facile ora: ma è difficile per me farlo adesso, perché dopo aver scritto così tanto quando ero più giovane, ora mi piace suonare – soprattutto “on the road” – e mi sto concentrando soprattutto nel suonare semplicemente la tromba».

Comunque, tu sei abituato a comporre e registrare in viaggio…

«Sì, l’ho fatto in passato, ma non lo faccio più tanto, adesso, perché… è una bella domanda… Numero uno: è difficile portare tutta l’attrezzatura in giro. Ero abituato a portare per tutto il giorno una tastiera – una GRANDE tastiera – poi c’era una piccola tastiera, ed ora porto solo CD da vendere. Sono forse più commerciale… ma è difficile da dire: probabilmente tornerò a scrivere, alla fine, perché ancora mi piace; ma è difficile da spiegare, visto che la vita passa attraverso diverse fasi. Semplicemente mi piace viaggiare e suonare la tromba più di quanto non abbia mai fatto. Mi piace ancora suonare i miei vecchi brani, alcuni nuovi, e sto certamente mettendo tutto insieme, anche se lentamente».

In quale contesto preferisci suonare: nei piccoli club o nei grandi spazi?

«Non importa, basta che il suono sia buono, e che ci siano vibrazioni positive. Alcuni piccoli club sono fantastici, altri sono orribili… stessa cosa vale per i concerti, dipende solo dalla serata. Questa sera è stato molto bello suonare all’aperto, ma a volte è… sai… Il suono qui era molto buono, questo è il punto».

Ultima domanda: quali sono i tuoi progetti per il futuro?

«Semplicemente suonare. Ho un progetto in cantiere, che ho iniziato in Brasile un paio d’anni fa con musicisti brasiliani: dovrebbe vedere la luce il prossimo anno [“Randy in Brasil”, uscito nel 2008 e vincitore di un Grammy Award – ndr]. A volte penso che mi piacerebbe fare un album di ballad, magari con gli archi – non l’ho mai fatto – poi vorrei fare un duetto con Ada. Inoltre, ho una band con Bill Evans chiamata “Soul bop”: ci piacerebbe fare un disco in studio, prima o poi. Quindi, avrò molto lavoro da fare nei prossimi due anni, per riuscire a realizzare tutto questo».

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