Archive | Backstage

Gli Akkura al Lucania Buskers

Ieri sera ho assistito ad un bel concerto degli Akkura, una band palermitana che suona un genere musicale da loro definito come “musica da crociera”. In effetti è difficile definirli, visto che mescolano con disinvoltura folk, rock, musica da banda e feste di paese.
La cosa che colpisce, ascoltandoli dal vivo, è la loro capacità di saper crare l’atmosfera di una festa, visto che il loro approccio alla musica è molto sanguigno – anzi “stradarolo” – e si vede chiaramente che hanno una lunga esperienza di palco alle spalle. A dire il vero, l’unica cosa che ieri mancava era proprio il palco, nel senso che hanno suonato nella piazza centrale di Matera con il pubblico accerchiato a loro. Il contesto, infatti, era quello del Lucania Buskers – Festival Internazionale delle Arti di Strada, e l’atmosfera era particolare anche per questo motivo. I sei musicisti, letteralmente circondati dagli ascoltatori, hanno saputo gestire bene la situazione a 360°, muovendosi continuamente all’interno del loro piccolo spazio e creando un curioso effetto sonoro che di volta in volta enfatizzava il timbro di alcuni strumenti rispetto agli altri a seconda della loro posizione in quell’istante.
Visto che nel momento in cui scrivo il loro sito ufficiale è ancora povero di contenuti, suggerisco di ascoltare alcuni dei loro brani dalla loro pagina su MySpace. Se potete, però, vi consiglio vivamente di andare ad un loro concerto e di prestare loro attenzione, perché sono molto bravi.
Ah, per i più curiosi, Akkura in palermitano significa proprio “fate attenzione”…

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Sergio Caputo e i concerti gratuiti

Ieri sera ho assistito, per la prima volta, ad un concerto di Sergio Caputo, a Gravina di Puglia. Come probabilmente molti sanno, Sergio vive in California da diversi anni (dal 1999, per l’esattezza), dunque vederlo da queste parti è un’occasione abbastanza particolare.
Devo dire che nonostante i suoi brani più famosi non siano proprio recentissimi (sono passati più di vent’anni, accidenti!) mantengono sempre una freschezza speciale: quel misto di swing e ironia funziona ancora alla grande! Le sue canzoni sono piccoli gioielli in cui tutti gli ingranaggi sono al posto giusto, basti pensare solo all’impresa di dover far coincidere gli accenti sincopati del jazz con quelli della lingua italiana. Per risolvere questo problema Sergio Caputo fa un uso considerevole di parole sdrucciole, e non è un caso che ciò avvenga principalemente in quei pezzi con più swing, similarmente a quanto fa un grande maestro della canzone italiana: Paolo Conte.
Al di là della bellezza delle canzoni il concerto è stato impeccabile (l’impianto audio no, però), ma ciò che mi ha colpito è stato vedere un pubblico assolutamente distratto e maleducato. Troppa gente parlava e non sembrava prestare troppa attenzione alla musica. Era un concerto gratuito (o con posti a sedere economicissimi), quindi va da sé che può succedere. Però, chi come me si voleva godere la musica, ha fatto un po’ di fatica e ha provato una certa insofferenza verso i chiacchieroni. Immagino che ne abbia sofferto un po’ anche Sergio Caputo, che dal palco si sarà sicuramente accorto del “gelo” tra gli spettatori (che per fortuna si sono “scongelati” sugli ultimi pezzi). Lui saprà senz’altro che serate del genere possono capitare, ma immagino che non sia comunque bello venire dall’altra parte del mondo per ricevere questa accoglienza…

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Ari Hoenig e Manu Katché: due batteristi a confronto.

Durante una serata del Terni in Jazz Grand Tour di quest’anno ho assistito a due concerti che si sono susseguiti uno dopo l’altro. Per ciò che mi riguarda, l’attesa e la curiosità erano tutte rivolte a Manu Katché, che suonava nel secondo set. Non avevo mai prestato un’attenzione particolare al suo modo di suonare, ma avendo occasione di ascoltarlo dal vivo, ero davvero incuriosito da questo “fenomeno”, pupillo di Peter Gabriel nell’album “So” del 1986 e da allora diventato turnista di lusso nel circuito pop/rock a livello mondiale.
Prima di lui, comunque, suonava un altro gruppo, che comprendeva il batterista statunitense Ari Hoenig. Il primo set è stato incredibile: il trio di Hoenig ha fatto tutto e il contrario di tutto, in un proliferarsi di virtuosismi a catena, per una musica vibrante che ha entusiasmato il pubblico. Tre alieni, insomma. Hoenig, nel caso specifico, ha fatto spettacolo con controtempi e fantasie ritmiche di ogni tipo.
Poi è stata la volta del quartetto con Manu Katché. Il confronto è stato impietoso. Non solo i quattro davano l’mpressione di non avere grande interplay tra di loro (va detto però che quella era la loro prima esibizione in quella formazione e che l’annunciato Stefano di Battista era assente), ma anche il tanto atteso Katché ha deluso le aspettative. Banale, dal tocco pesante (come si sente che viene dal rock!), non ha dato alcun valore in più all’esibizione nel suo complesso (anzi…), e il confronto con Ari Hoenig risultava persino imbarazzante, soprattutto se si considera che lui era la “star” della serata.
Manu Katché, allora, è il tipico caso di musicista sopravvalutato, per via dell’occasione fortunata che ha avuto di suonare con Peter Gabriel. Da allora, tutti lo cercano e lo venerano, ma il confronto con chi è più bravo pur essendo meno famoso parla chiaro: trovarsi nel posto giusto al momento giusto è sempre importante, a volte anche più dell’effettivo merito.

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Grand Tour Jazz Fest

Terni chiama, e io rispondo. Anche quest’anno, come è ormai tradizione, seguirò i concerti del Terni in Jazz, che per questa edizione cambia veste e diventa Grand Tour Jazz Fest. I nomi interessanti, come al solito, sono parecchi (Bobby Watson, Manu Katché, Stefano di Battista, Ernst Reijseger, per citarne solo alcuni) e sicuramente ci saranno buone vibrazioni. Ormai, però, ci si va soprattutto per il “clima” di amicizia e spensieratezza che si è creato con alcune persone che come me hanno preso questo evento come un appuntamento fisso annuale. Il buon Luciano Vanni, inoltre, quest’anno ha organizzato anche il primo incontro tra tutti gli iscritti dei vari corsi da lui organizzati dal 2001 ad oggi (a cui ho partecipato proficuamente nel corso di alcune edizioni). Con queste premesse, è possibile mancare? Per me, no.

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L'importanza di un buon piano di comunicazione

In questi giorni sto seguendo per “La Gazzetta del Mezzogiorno” la prima edizione di un festival blues che si tiene a Matera, e che si chiama BluesOn Festival. Nonostante la validità del programma l’inizio non è stato dei più incoraggianti: la prima sera eravamo in quattro gatti. Quando succedono queste cose provo un certo senso di fastidio, soprattutto in virtù dello spreco di grandi mezzi messi in gioco (un palco ben attrezzato, uno spazio enorme a disposizione e un programma articolato nell’arco di una settimana). Da notare che il festival è stato realizzato senza il sostegno di alcuna istituzione (!), ma solo grazie al finanziamento di un grosso imprenditore locale, proprietario, tra l’altro, di una seguita TV della zona. Ora, qual è il punto verso cui voglio andare a parare? Semplicemente questo: non ha senso investire le grandi risorse di cui sopra se non si prevede un buon piano di comunicazione. Se si organizza un mega-evento, lo dovrà sapere anche l’eremita! Invece, al giorno inaugurale del festival, il programma dettagliato non ce l’aveva nemmeno il giornale per cui scrivo! Tutta la pubblicità era stata incanalata sulla TV privata di cui è proprietario il finanziatore della manifestazione. Tutto gratis, ovviamente. Si è scelto dunque di risparmiare sui costosi manifesti, pensando che la pubblicità su un potente mezzo come la televisione fosse sufficiente. Nulla di più sbagliato. Per un’occasione come questa la città avrebbe dovuto essere stata tappezzata di manifesti. Invece, una cattiva comunicazione ha vanificato tutti gli sforzi per realizzare un festival “importante”. Non si fa così. Proprio no.

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Arrivo a Terni

Sono arrivato a Terni poche ore fa, e sono appena passato dalla segreteria del Terni in Jazz Fest#6 per prendere il mio pass. Ho trovato un computer libero e ne approfitto per un messaggio al volo. Uscendo da qui comincerà l’abbuffata di jazz… Per cominciare, nel pomeriggio mi aspettano un workshop di giornalismo musicale, una conferenza sui festival jazz di questa estate e un mucchio di concerti. Cercherò di tenervi aggiornati in base agli stimoli più interessanti. A presto.

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Ciao ciao Maria João…

Un imprevisto mi costringe a rinunciare alle prime due serate di Terni in Jazz Fest#6 (di cui si era parlato alcuni giorni fa), facendomi così perdere il concerto di Maria João in programmazione per questa sera. Peccato veramente, sia per la grande qualità dell’artista, che per aver sciupato la possibilità di farle un’intervista per questo blog. Ad ogni modo, oggi si celebra la Festa Europea della Musica attraverso concerti gratuiti in lungo e in largo. Anche Matera, naturalmente, ha programmato alcune iniziative, dunque penso che mi consolerò in questo modo…

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Terni in Jazz Fest#6

Un’abbuffata di concerti, seminari, conferenze, incontri. Per i monomaniaci del jazz, tra cui rientra anche il sottoscritto, Terni in Jazz Fest rappresenta ormai un appuntamento irrinunciabile. Anche quest’anno sarò lì, dal 21 al 27 giugno, per mescolarmi agli artisti, ai giornalisti, agli appassionati di questa splendida musica. Anche quest’anno per seguire il workshop di giornalismo musicale (con Vincenzo Martorella e Valerio Corzani), e approfittarne per scrivere qualche articolo. Quest’anno, però, c’è anche il blog. Dunque, molti degli stimoli provenienti da quel contesto finiranno qui. Intanto, date un’occhiata al programma sul sito del festival: vale la pena farci un pensierino… Che ne dite, ci incontriamo lì?

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